Gruppo Cacciatori


 La sezione cacciatori di Capovalle - Associati Federcaccia - Comprensorio Alpino della Valle Sabbia C7 conta 50 iscritti tra capannisti e vaganti (ungulati, caccia a pelo, caccia a penna). Numerose sono le attività ed iniziative che annualmente l’associazione organizza. Particolare attenzione viene riservata alla tutela del territorio al fine di mantenere le peculiarità e le caratteristiche distintive di queste nostre belle montagne. A tale scopo viene organizzata annualmente la “Giornata ecologica”, nel corso della quale il gruppo cacciatori di Capovalle invita tutti i volenterosi che vogliono unirsi a loro a ripulire i boschi, ripristinare i sentieri ed a costruire palizzate così da rendere ancora più piacevoli le passeggiate di quanti vogliono godere dell’ ”aria buona” del paese (pare la più pulita d’Europa) . Queste sono solo alcune delle attività che vedono protagonista il gruppo dei cacciatori di Capovalle; in realtà il gruppo è sempre disponibile a rendersi utile per esigenze di carattere sociale dove sia richiesto volontariato. In verità, tra le attività benemerite, non possiamo passare sotto silenzio il rito dello spiedo che caratterizza etnologicamente -ma anche enologicamente- le nostre popolazioni montanare. Tale pratica, che si perde nella notte dei tempi, rallegra, non solo lo stomaco, ma anche i cuori, liberando sentimenti di gratitudine, di amicizia e di nostalgia. Non vorremmo, tuttavia, indurre il lettore di queste note a credere che la pratica venatoria sia funzionale soltanto allo spiedo.

 
Cari amici vi scrivo
Chi scrive è un cappannista socio della sezione di Capovalle e la passione che alberga dentro risale ai tempi dell’infanzia quando il nonno che aveva un capanno vicino al Chiese mi chiamava, la sera prima ad aiutarlo per caricare le cartucce. In una cassetta di legno che nessuno poteva rovistare era custodito tutto l’armamentario per il caricamento: i misurini per la polvere e per i pallini di piombo (trisia), i cilindretti di legno calibrati, uno con una punta di metallo per spingere fuori le capsule esplose dai bossoli vuoti e l’altro, una volta inserita la capsula nuova, per tamponare la polvere e i piombi. C’era anche una scodella sbeccata dove il nonno mescolava farina gialla e crusca che serviva per formare lo strato separatore tra la polvere e i pallini di piombo. Ma l’attrezzo che più mi affascinava e che il nonno mi permetteva di usare alla fine delle operazioni, era la macchinetta per fare l’orlo alle cartucce che, infilate nella cartucciera, venivano sistemate vicino al fuoco per togliere umidità alle polveri. Poi, il mattino dopo, prima dell’alba, con ancora le stelle a brillare nel cielo, risistemavamo le gabbie sugli alberi della posta, nei punti strategici: il merlo “di primavera” con la pertica più lunga sul punto più alto del rovere che allargava i suoi rami come un enorme candelabro. Il merlo era il primo ad iniziare il canto: una melodia ora dolce, ora struggente, ora velata da una nota di tristezza, ora perentoria come un canto d’amore che si spegneva nella valle dove i primi chiarori del sole disperdevano la bruma impigliata tra i rami di alberi lontani. Dopo cinquant’anni e più al Capilì di Capovalle ho potuto rivivere le stesse emozioni di un tempo e ripetere gli stessi gesti, gli stessi riti e godere degli stessi orizzonti. Anche quest’anno il merlo ed il tordo hanno ripetuto la loro primavera, ma il loro canto d’amore è rimasto, quasi generalmente inascoltato e i panieri quasi sempre magri. Anzi, si racconta che i fringuelli, le peppole, e pare anche qualche becco frusone, stanti le decisioni e le comunicazioni eterogenee, transitassero sulle poste sorreggendo cartelli con scritto “Non siamo in deroga” anche loro forse ci pigliavano per i fondelli - en passant -
Dario Zecchi

 

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